PROLOGO

Ci troviamo nel buio e nel silenzio delle altezze cosmi. che. In fondo, ai nostri piedi, si vede il globo terrestre.

(Sarebbe opportuno, naturalmente, che non si trattasse di un globo artificiale, ma del globo terrestre vero e proprio, esattamente cosi come appare nelle fotografie che un astronauta scatta da una nave spaziale.)

Si vedono le tracce rugose della terra, le macchie plumbee dei mari, i confini dei continenti, ecc. ecc., finche, ad un certo momento poiche il globo, naturalmente, gira ecco presentarsi ai nostri occhi la sagoma nebulosa e rossastra, dell’Italia.

A questo punto si cominciano a sentire come delle voci lontane, delle grida, dei richiami, e addirittura una voce che canta una vecchia canzone napoletana popolare, molto fioca per la distanza.

Ci avviciniamo sempre più ed ecco il panorama di Napoli. Napoli vista dall’alto, con i suoi vicoli, le sue piazzette, i suoi bassi.

È l’alba, le voci che sentivamo sono voci ancora assai rare: di donne, di scugnizzi… A cantare è uno scopino che va in giro per i vicoli.

Però, malgrado quest’atmosfera quotidiana e tranquilla del primo mattino, si sente che in quelle voci c’è qualcosa di strano, di concitato: qualcosa di vagamente drammatico. Non si capisce bene di che cosa si tratta.

Ad un certo momento, poi, si apre in una delle pareti scrostate di un vicolo una finestrella: e da questa finestrella fa capolino Eduardo De Filippo, assonnato e arruffato. (2698) Egli si guarda intorno e dice: ….1 Dall’interno dell’appartamento gli risponde una voce lamentosa femminile: sua moglie: ….2

Lui si volta paziente, chiude la finestrella, rientra in casa e si prepara alla sua lunga giornata. Scambia ancora alcune chiacchiere con la moglie, la quale è una napoletana antica come il mondo, grassa, scarmigliata ed eter. namente a letto, con una gamba enorme. (E magari, li vicino, c’è una che l’assiste, pallida, nera e muta.)

Nel corridoio c’è ancora un altro personaggio, tutto arruffato einsuto: è il servo: esappiamo subito che Eduardo De Filippo lo ha assunto proprio lasera primaelo ha mes. so a dormire li nel corridoio, in una brandina.

Dunque Eduardo sveglia il servo, gli fa cenno di se guirlo, prendono una grossa sporta ed escono per fare la spesa.

Il servo assunto la sera avanti, fin dal suo primo apparire, dimostra subito chiaramente di non aver intenzione di dare alcuna soddisfazione al suo padrone: di non sentirsi in nessun modo partecipe della sua vita, e di farsi, insomma, i fatti suoi. Obbedisce, serve, ma niente di più.La sua aria non è, direi, ostile, ma molto estranea, molto staccata, molto brusca, quasi scortese. Eduardo, però, ignora tutto questo, da vecchio signore napoletano.

I due scendono le scalette, escono nel vicolo e comin ciano le loro spese.

Ma ecco che quella inquietudine, quella specie di drammaticità che si avvertiva nelle confuse voci dell’al ba, si fa sempre più manifesta e sconcertante.

Man mano che i due si avvicinano alla piazza del mer cato, l’atmosfera diventa addirittura drammatica, finche (2699) Eduardo e il suo servo, Ninetto, vengono a trovarsi nel cuore di una situazione assolutamente straordinaria.

Si tratta di questo: a Napoli si vive, si piange, si ride, ci si dispera, si discute, si litiga, si prega, si canta, perche si è sparsa la voce, misteriosa, che in qualche parte del mondo è nato il Messia.

E questo Messia dovrà portare fra gli uomini felicità ordine, ricchezza, bontà, fraternità e tutte le altre cose che gli uomini, e in particolare i napoletani, desiderano: anche le più semplici, le più ingenue. C’è chi, strillando, ci crede e chi, strillando, non ci crede: allora quelli che non credono litigano con quelli che credono, e quelli che credono litigano con quelli che non credono. Insomma, infuria la vecchia baraonda naletana delle grandi occasioni. Cosa che succede, in fondo, tutti i giorni a Napoli: ma questa volta non ci si può effettivamente nascondere che la ragione è veramente unica, eccezionale, storica. La nascita del Messia!

O’ Messia ca’, o’ Messia là o Messia vene, o Messia nun vene, nun è o vero, site buciarde, site ricchione… struonze… Eduardo sta ad ascoltare tutto con molta cu. riosità e con le orecchie diritte: ma egli è commosso e quasi solenne, come se si trattasse di qualcosa di decisivo per la sua vita. Eduardo De Filippo, infatti, è un Re Mago.

E per questo che egli, grazie ai suoi studi astronomici, alle sue cabale, ai suoi calcoli, già da mesi e mesi. forse da anni, aspettava questo giorno: il giorno dell’annuncio della nascita del Messia. Nel sentire dalla voce del popolo, che, forse, la sua profezia si sta avverando, dopo la commozione solenne, egli viene preso da un impeto di intima felicità: e cerca di comunicarla a Ninetto, balbet tando, ridendo… Ma Ninetto non gli dà neanche in questo caso cosi eccezionale nessuna soddisfazione, con l’aria di dire (egli è romano): Aho, so’ cazzi vostri, che me frega a me del vostro Messia!

(2700) Senza fare la spesa, con le sporte vuote, Eduardo tor na correndo a casa, entra, e, senza fiato, comunica la cosa alla moglie quasi in uno stato di delirante felicità. Ni netto se ne sta da una parte scettico, imbronciato e un po’ ironico (ogni tanto qualche battuta spiritosa, natu ralmente). Comunicato il grande evento alla moglie Eduardo corre a consultare le sue carte, i suoi volumi si. era effettivamente in quel giorno che il Messia doveva nascere.

Il Re Mago passa tutta la giornata in calcoli e in ricer che sui suoi testi… Poi nel tardo pomeriggio, egli trascina con se il suo servo di nuovo per le strade, per approfondire meglio, qua e là per la città… A Forcella… sul Vomero… a Margellina tutta Napoli non è che un grande teatro dove si recita la più grande scena della sua storia…3 Finche scende la sera. Eduardo è di nuovo alla finestra del suo appartamento: si tratta della cerimonia serale di tutta la sua vita. Deve richiudere la finestrella cosi come la mattina l’aveva aperta. Ed ecco, nel mo mento che sta per tirare a se l’imposta sgangherata, ecco che accade l’ultimo, definitivo avvenimento di quella memorabile giornata: quasi il suo sublime suggello. Alta, nitida, purissima, nelle profondità del chiaro cielo not turno, Eduardo vede la Stella Cometa.

Ed egli sa bene che quella Stella è la per indicargli il cammino che egli dovrà seguire per andare ad adorare il Messia.

***

Preso da una gioia ancora più profonda, più piena, più totale, Eduardo decide (e lo annuncia a tutta la casa) che il giorno dopo partirà. Si cominciano subito a fare i fagotti. Per una festa? Per un ultimo addio?

***

Il mattino dopo, Eduardo riapre la finestrella, pronto per partire. Ed ecco infatti lassù la Cometa che si muove, come ad indicargli il cammino.

Seguito da Ninetto, egli si precipita per le scale, esce nel vicolo, si avvia verso la stazione, sempre con gli occhi al cielo, puntati alla Stella Cometa.

Avanti De Filippo-stringendo al petto un misterioso fagotto-trionfante, ma ancora confuso, un po’ commosso (con il fazzoletto si asciuga le lacrime dell’addio alla casa, alla moglie eora alla sua città: ma sono lacrime metà di dolore e metà di felicità), edietro Ninetto conivaligioni.

Arrivano alla stazione di Napoli e li si incrociano con altri Re Magi, che seguono anche loro la Stella Cometa, ma non sono d’accordo sulla direzione: qualcuno parte per il Sud, qualcuno per l’Est. Invece Eduardo e Ninetto prendono il treno che va verso il Nord.

Incomincia cosi il loro viaggio, il lungo viaggio della loro vita.

***

Mentre il treno va verso il Nord, sferragliando, si ha la prima delle scenette (che si ripeteranno varie volte nel corso del film) in cui Ninetto si mette a cantare (ammansendosi per l’occasione) una canzone napoletana, mentre Eduardo fa una «controscena comica».4

Il tempo passa, con questa canzoncina napoletana di addio, ed ecco che siamo gia nelle vicinanze di quella che, geograficamente, dovrebbe essere Roma, ma che invece, nel nostro film (che è tutta un’enorme Metafora che rovescia e reinventa la realtà) si presenta col nome di Sodoma.

SODOMA

Il treno rallentando entra nella stazione (dove infatti anziche esserci scritto «Roma Termini», c’è scritto «Sodoma Termini»).

Eduardo col suo fagotto ben stretto e Ninetto coi due valigioni, scendono dal treno e vanno verso l’uscita della Stazione.

S’affacciano in piazza dei Cinquecento.

Anche qui come nell’alba in cui abbiamo visto Na poli tutto pare assolutamente normale: è la piazza dei Cinquecento solita con il suo traffico, i suoi passeggeri, i suoi bar… Però, anche qui, si sente che c’è qualcosa di fuori dalla norma, di inaspettato, di straordinario.

Intanto all’uscita della stazione, c’è un controllo di polizia: ebbene, i poliziotti non sono affatto i poliziotti nemici, antipatici di sempre. Sono giovanotti molto cari ni, molto cordiali ed è con molta grazia che a tutti i passeggeri che vengono incolonnati con una burocrazia del resto molto agile e molto semplice -chiedono le loro informazioni.

Con la maggior parte dei viaggiatori che scendono, essi s’intendono subito: con Eduardo invece, avviene un dialoghetto piuttosto comico. Infatti le guardie chiedono ad Eduardo… se lui ama le donne oppure gli uomini!! A tale domanda, non senza una certa inorgoglita indigna zione, il vecchio napoletano scandalizzato, risponde: e femmene! Ma che, so’ dimande a’ fa?». «Be «Cumpa nissimo! Ma non è per prepotenza o per violenza» si spiegano le guardie «però, se a lei piacciono le donne… oh Dio, può andare dove vuole, naturalmente anche al centro… ma sarà più adatto per lei e consigliabile per ordine della città, andare nel quartiere Borghese.»

Eduardo guarda Ninetto (il quale non gli dà nessuna soddisfazione) e imperterrito ammicca, come dire “E va buono, jamme ca!”.

Evanno li. Prendono il tram (perche tutta questa Roma-anche se non ricostruita perfettamente, che sareb be impossibile – è la Roma degli anni Cinquanta: quindi, è la vecchia Circolare di una volta, con tutte le sue fer. mate, e le sue coincidenze suoi grappoli di ragazzini).

***

Attraverso questo viaggetto di Eduardo e Ninetto verso il quartiere che è stato loro consigliato dalla polizia, scopriamo, o meglio, abbiamo le prime impressioni della Città di Sodoma.

Non è ben chiaro, in principio, di che città sia, perche la scoperta non può che avvenire lentamente. Ad un pri mo sguardo Sodoma infatti appare una città normale: la Roma degli anni Cinquanta, appunto.

Però si vedono, per esempio, nei giardinetti e per le strade, gruppi di uomini tutti insieme, non soltanto di ragazzi, non soltanto di adulti, ma anche di ragazzi e adulti mescolati. E cosi le donne, stanno tutte insieme tra loro. Nei bar non si vede nessuna coppia, non si vedono uomini e donne con bambini, ecc. ecc. Si vedono invece giovanotti e ragazzini insieme, oppure uomini e giovanotti, oppure donne e ragazzette. Addirittura, ad un certo punto, Eduardo -a cui tutto questo sembra un sogno vede, passando attraverso i boschetti del Celio, contro un muretto, un ragazzo e un uomo che si baciano teneramente, come usano fare le coppie.

Poi, più avanti, ancora, dopo una curva del tram sfer ragliante, egli vede ma non crede ai suoi occhi (forse è un’allucinazione) una coppia di due donne di cui una è adulta, l’altra una ragazzina strette per mano che ogni tanto si scambiano un bacetto… C’è poi una appa rizione che non ha niente di speciale ma che colpisce Eduardo nel più profondo dei suoi sentimenti di uomo… maschio. Si tratta di una Mercedes nera, ferma a un semaforo, scortata da due motocicliste-poliziotte Dentro la Mercedes sta, immobile, statuaria, una donna bellissima. «È una Regina» mormora Eduardo estatico «una Regina!» Finalmente si arriva al quartiere Borghese. Esso è, ancora, un vecchio quartiere della Roma degli anni Cinquanta. Però anche qui, al solito, c’è qualcosa di anormale, di strano: infatti è come se questo quartiere fosse un quartiere isolato, con qualche gruppo di poliziotti (simpaticissimi, carini, molto carini, allegri, con niente di poliziesco) che piantonano le strade qua e là. Evidentemente si tratta di un quartiere particolare, dove abita gente particolare.

Come poi vedremo, si tratta di coloro che nel campo del sesso hanno gusti normali (quelli che noi chiamiamo gusti normali e che invece, nella città di Sodoma, sono ovviamente considerati anormali).

A questo punto, si presenta per Eduardo e per il suo servo (come in ogni storia picaresca che si rispetti) il problema di dove alloggiare: la Stella Cometa è infatti immobile in mezzo al cielo, alta e lucente sopra Sodoma. Evidentemente, Eduardo deve sostare e alloggiare li.

Mentre i due sono alla ricerca di un luogo dove sistemarsi pensioncina o appartamento o alberghetto a un certo punto Ninetto rompe il suo scorbutico silenzio e se ne esce con una proposta del tutto inaspettata: dice a Eduardo. Perche non scrivete una cartolina a vostra moglie, che starà sola e in pensiero? Andiamo, scrivete sta cartolina». Eduardo strabiliato accetta il consiglio e obbedisce: effettivamente sente che è giusto scrivere una cartolina alla moglie che ha lasciato nell’ormai lontana, irrecuperabile Napoli… I due entrano cosi da un tabaccaio, Eduardo prende una cartolina,5 e vi scrive l’indi rizzo: vico Tre Re Napoli.

Li, accanto a lui, c’è un altro uomo della sua età, un po’ più giovane forse, dall’aria simpatica: anch’egli sta o su una cartolina l’indirizzo: vico Scassacoc. chie Napoli. È un altro napoletano, dunque! I due si ri. conoscono come compaesani, si salutano… grandi effu sioni, grandi dichiarazioni, grandi massime… Il vecchio rito dell’agnizione napoletana. Tuttavia in esso c’è qualcosa di oscuro e di «anormale»: infatti l’altro napoletano sa, della città in cui si sono incontrati, tanti particolari che Eduardo non sa, quindi si sente in dovere di spiegarglieli, sia pure attraverso allusioni e cose dette e non dette. Ed è certo per questo che la sua cordialità tra sborda un po’ oltre il normale, diciamo cosi. Inoltre egli pare molto eccitato per una festa che deve swolgersi nel la città di Sodoma il giorno seguente.

In conclusione questo napoletano (picarescamente) prende un po’ sotto la sua protezione idue nuovi arrivati.

Scritta e imbucata la cartolina, Eduardo comincia a chiedere delle caute spiegazioni su quelle cose strane che ha adocchiato dal tram attraverso Sodoma, e anche sul fatto che visto che egli ama le donne – e che è an che sposato è stato mandato in quel quartiere… Il napoletano la smette quindi con le allusioni e comincia a dare le prime spiegazioni dirette, molto semplici e rozze (egli è un uomo assolutamente del popolo, che non capisce molto le cose che stanno al di là della esperienza… ed essendo uno che si arrangia, che sta li da tanti anni a sbarcare il lunario, la sua esperienza è molto limitata) Ciò che egli comunica a Eduardo in parole povere è che Sodoma è una città dove tutti sono cofinocchi». «tutti ricchioni». E allora, per potere sbarcare il lunario, anche lui (lo ammette!) ha sempre fatto finta di essere ricchione, e fa l’amore con gli altri uomini: si è adattato in somma, alle norme e alle usanze della Città di Sodoma Fa (e ha sempre fatto) di professione il suonatore ambulante: ma siccome è particolarmente bravo, e ha avuto anche un po’ di fortuna, da qualche tempo va a cantare le sue canzoni proprio nel palazzo dei capi della Città. Per adesso consiglia ad Eduardo e a Ninetto, per l’allog gio, una certa pensioncina simpatica dove si mangia be ove si dorme bene… Eccola là, in fondo alla tortuo sa stradina dal vecchio selciato…

Prima di entrare coi nostri personaggi nella pensioncina, dovremo però soffermarci su due piccoli dettagli che potrebbero forse parere irrisori, ma che in realtà si riveleranno poi, per il nostro racconto, abbastanza determinanti. Poco prima di entrare nella pensione Son no», Ninetto vede raccolti, sul marciapiede dell’altra parte della strada – davanti a una casa, una qualsiasi ca sa del vecchio nobile quartiere6 – quattro o cinque ra gazzi vestiti nella bellissima, sfolgorante divisa degli Al lievi Ufficiali della scuola di Modena. Sono quattro o cinque ragazzi bellissimi, adolescenti ancora, sui sedici diciassette anni: è il primo anno, evidentemente, che vanno alla loro Scuola militare: hanno delle facce parti colarmente fresche e felici. Eduardo osserva Ninetto che li guarda: e si accorge, addirittura, che Ninetto fa l’oc chietto a loro, e loro fannol’occhietto a lui!

Dall’espressione dei suoi occhi napoletani, che nulla possono nascondere e significano mille cose insieme, è chiaro che Eduardo pensa fra di se: “Come? siamo ap pena arrivati nella città di Sodoma e già il mio prende cosi tranquillamente le abitudini di questa città? Bah!”. E si gratta la capa.

Il gruppo dei bellissimi allievi ufficiali dell’Accademia di Modena, entra nel portone della vecchia casa, e vi sparisce.

Ninetto, Eduardo e il loro amico napoletano salgono nella pensioncina. La pensioncina va benissimo. Eduar. do, appena saliti, va alla finestra e dà una controllata alla Stella Cometa; la vede ancora ferma, scintillante, in mezzo al cielo di Sodoma.

Poi, subito, stanco, viene messo a letto affettuosamente da Ninetto.

***

Mentre Eduardo dorme si sente una musica, una patetica canzoncina degli anni Cinquanta. Noi seguiamo allora questa musica fino alla sua fonte: a vedere e a sentire le cose che succedono «oggettivamente», e non più, come finora, «attraverso gli occhi di Eduardo, che in questo momento sta russando. Giungiamo cosi a una saletta dove la gioventù balla alla vigilia della grande festa della città. (La musichetta è Jobnny Guitar o Luna Rossa o Sono carcerato e mamma more, insomma, una di queste canzoni d’antan).

Naturalmente, i maschi ballano tra di loro e le ragazze tra di loro, rigidamente divisi.

E a questo punto succede qualcosa di strano (che qui, adesso, riassumiamo, ma che va raccontato invece, naturalmente, con una certa ricchezza di particolari): succede qualcosa di strano, di miracoloso, di inaspettato: un vero e proprio rovesciamento della storia. Ecco, infatti, senza alcuna apparente ragione o giustificazione, uno dei ragazzetti, un biondino, uno dei più carini, per caso dato che in tutta la vita non lo ha fatto mai improvvisamente, pone gli occhi su una ragazzina, una brunetta, anche lei particolarmente carina.

Per la prima volta, subito-ed è ben visibile egli sente qualcosa verso di lei, e lei sente qualcosa verso di lui. I due, come di comune accordo o per comune destino, infrangono di colpo le regole della città di Sodoma esentono la vecchia attrazione tra i sessi diversi la vecchia attra zione qui a Sodoma dimenticata, illegale, scandalosa.

Comincia, cosi, la loro fulminea storia d’amore. Che è una storia, dunque, proprio classica come quella di Romeo e Giulietta… Il loro è un amore proibito, lo devono vivere al di fuori delle regole di una società, ecc. però ripetiamo sono cosi irresistibilmente, improvvi samente, misteriosamente attratti fra di loro che non hanno più paura di niente. Con gli sguardi, con una mezza parola, s’intendono subito e si danno un appun tamento fuori, proprio come avrebbero fatto, in una società normale, due anormali.

Si trovano, probabilmente, in un giardino; oppure a casa di lui: in un qualunque luogo nascosto e solitario. E qui scoprono reciprocamente in una specie di estasi il sesso diverso: non soltanto sentimentalmente, è chiaro, ma anche e soprattutto fisicamente. Lei sbottona i calzoni di lui, e scopre come è fatto il sesso di un uomo; lui alza la sottana di lei, e le tira giù le mutandine, scoprendo com’è un sesso femminile.

Lo scopre, lo apre, lo guarda. Lei tocca quello del ra gazzo… insomma la cosa è, infine, molto poetica perche si tratta della scoperta dell’amore e quindi del sesso del sesso nella sua originaria purezza. Ma è anche, s’intende, molto erotica, trattandosi appunto della scoperta della carne e della sua profonda emozione.

I due, dopo essersi scoperti e denudati molto titu banti e con terrori, appunto, molto poetici piano piano, compiono l’atto amoroso, l’antico atto amoroso della specie umana.

Ma vengono scoperti.7 E lo scandalo, il linciaggio.

Si tratterà, come vedremo, di un linciaggio molto bonario, in conclusione, perche la società di Sodoma si fonda e vedremo anche questo su regole di bontà, di mitezza, di comprensione, di tolleranza reale. Però l’in frazione alla regola è qualcosa che mina sempre alle basi un tipo di vita, un modo di vita. Anche a Sodoma. I due vengono dunque, colti in flagrante, arrestati, presi a scappellotti (bonari) dai poliziotti, e infine trascinati via dal luogo del loro misfatto. Si viene subito a sapere la cosa, in tutta la città. E un turbine: la gente protesta in. dignata per l’accaduto, qualcuno anche, come sempre, con un certo veleno, un certo odio erazziale»… I due vengono trascinati in tribunale di fronte al Presidente che si accinge a giudicarli e come poi vedremo – verranno condannati… Dissolvenza

***

A questo punto Eduardo si sveglia ignaro di tutto ciò che è accaduto durante il suo sonno: e si accinge a farsi testimone del giorno della Festa della Fecondazione.

Il napoletano (arrivato alla pensione «Sonno» per tempo) ricomincia a dare, a questo proposito, le sue rozze spiegazioni… Ora è chiaro che questa Sodoma è ciò che si chiama una città dell’Utopia, anzi, se vogliamo, la città di Utopia.

Quella magari che gli Utopisti medioevali chiamava no la città di Dio. Con tutte le sue regole coerenti e asso lute un mondo assolutamente astratto, ideale, perfetto collocato in una dimensione, diciamo, metafisica.

Mentre il popolano di Napoli da le sue divertenti spiegazioni su questa Utopia che si chiama Sodoma, ecco che si cominciano a sentire musiche, voci allegre…

Si tratta della più grande festa annuale della città; l’equivalente delle Feste che nel mondo normale sono Capodanno, oppure Natale, oppure Pasqua.

Passano gruppi di giovanotti con chitarre, sotto le fi nestre della pensioncina; altri gruppi di ragazze, anche loro con delle chitarre, vestite come ci si veste alla domenica, passano più lontano, in fondo alla strada. In somma si sta addensando, variopinta, vociante, eccitata, la folla della festa. Napoletano prega i due di accompagnarlo. I tre escono animosamente e vanno verso il luogo della Festa, durante lo svolgimento della quale, a quanto pare, il Napoletano dovrà esibirsi.

***

Li troviamo di fronte a quello, che per ragioni orga nizzative, diremo subito, che è il Vecchio Macello di Ro ma. L’Ammazzatore di Testaccio. La Festa si svolge li intorno, nei prati ancora disordinati delle aree fabbrica bili, nelle piazzette e nei giardinetti del quartiere, e soprattutto nel Monte dei Cocci.

Ci sono ancora delle vecchie osterie, degli anni Cinquanta, in cui la gente fa festa, sotto le incannucciate e i pergolati di viti. Ci sono venditori ambulanti, venditori di palloncini, ragazzi con cappelletti messicani in testa, banchi con sopra la porchetta: insomma è proprio come se fosse la festa di san Giovanni o di san Paolo.

In mezzo al Monte dei Cocci è stato piantato un padiglione, abbastanza sontuoso: qui, come vedremo, si trovano le Autorità della città di Sodoma.

Il Napoletano, in poche parole, accenna non senza un certo imbarazzo a quel che sta per succedere. Lo vedremo poi, in concreto e per esteso, attraverso gli oc chi di Eduardo esterrefatto, ma anche incuriosito, per che, essendo un filosofo. benche abituato al buon costu me, alla correttezza eccetera eccetera, è aperto a tutto. Lo vedremo attraverso i suoi occhi e quelli di Ninetto; ma intanto il Napoletano glielo accenna: una sola volta l’anno cioè durante questa Festa della Fecondazione gli uomini smettono di fare l’amore con gli altri uomini, oppure con i ragazzetti, e le donne, a loro volta, smettono di far l’amore con le altre donne oppure con le ragazzette: e uomini e donne si uniscono fra di loro, per dar vita ai nuovi figli di Sodoma.

Un grande coito annuale pubblico, per andare avanti con la specie.

La cosa dentro il macello è organizzata un po’ come durante le elezioni ci sono cioè le sezioni in cui tutti i giovanotti capaci di generare si presentano a fare il loro dovere; e cosi le ragazze.

Ci sono i luoghi dove i designati al coito aspettano il loro turno, e i luoghi dove avvengono i congiungimenti Questo è lo schema della rappresentazione: i giovanotti vengono con la loro scheda, e le ragazze vengono con la loro. La scheda designa le coppie. I giovanotti vengono festosamente accompagnati da tutti i loro amici, sia coetanei che più giovani o più anziani: come nelle feste dei coscritti, insomma. E la stessa cosa fanno le donne.

Prima che il giovanotto o la ragazza entrino a fare il loro dovere di cittadini, gli altri scherzano, ridono con loro, brindano, bevono, si ubriacano, cantano, urlano.8 C’è un Re della Festa della Fecondazione e una Regina della Festa della Fecondazione. Intorno a loro più gran de è la ressa e l’allegria. Essi sono gli ultimi a congiun gersi nel coito. Quando lo fanno, è già scesa la sera -ed è a quel punto che, finito il dovere la festa esplode in tutta la sua allegria. Ci sono fuochi artificiali, balli all’aperto, ecc. ecc.

Ora, il Napoletano non aveva dunque raccontato vanterie – va a suonare e a cantare, con il suo mandoli no, nel Padiglione dove si trovano le Autorità.

Da li, in cima al Monte dei Cocci, si vede tutta Roma. Il Napoletano ha capito, a modo suo, cioè senza sfumature e dubbi, che Eduardo è un filosofo: prima di entrare nel Padiglione, gli fa dunque l’occhietto come a dire “Veni temi appresso, ci penso io!”. Del resto, nel Padiglione delle Autorità c’è una aria molto alla buona, molto demo cratica. A capo della città di Sodoma è una donna. Ed è Eduardo, con profonda, incondizionata, frastornata am mirazione la riconosce la donna che gli era apparsa, il giorno prima, dal tram, nella grande Mercedes nera. Essa è a capotavola, e intorno ha le sue amiche, ognuna delle quali ha accanto a se la sua amante.

In un altro tavolo ci sono invece gli uomini, perche co me vedremo e come la Regina di Sodoma spiegherà a Eduardoun anno a capo dello Stato è una omosessuale e l’anno successivo un omosessuale. Il Napoletano si accin ge a suonare, ma prima umilmente, presenta lo straniero filosofo che secondo lui deve essere un mago alle A torità. La Regina lo fa accomodare, ospitale, accanto a s mentre mangiano gli spaghetti-allegramente, tra motti e canti essa rivela a Eduardo il senso e le norme su cui si fonda l’Utopia di Sodoma. Lo fa in poche e chiare parole.9 A Sodoma la tolleranza è reale, la mitezza è reale. la comprensione degli altri è reale: e tutto è fondato su una reale democraticità. Nel mondo di Sodoma trovano poi posto anche minoranze di qualsiasi tipo. Non soltanto mi noranze eterosessuali, ma anche minoranze di negri, mi noranze di ebrei, minoranze di zingari, che li vivono nella più assoluta libertà anche interiore

Mentre la Presidentessa della Repubblica di Sodoma ta dando queste spiegazioni ideologiche all’ospite filosofo, improvvisamente, ecco, si sente scoppiare un gran de tumulto. La festa ha qui il suo grande risvolto. Come poi vedremo, si tratterà di trasferirsi tutti quanti allo stadio Torino», dove verrà celebrata la punizione del ra gazzino e della ragazzina che hanno infranto regole di Sodoma amandosi fra di loro.

Questa punizione sarà una punizione relativamente mite; però, al tempo stesso, solenne ed esemplare. È per questo che è stata riservata alla fine della festa, quasi a Suo coronamento.

Tutti, pieni di eccitazione e di fervore, abbandonano le osterie, abbandonano i prati intorno al Macello, ab bandonano i grandi pic-nic sul Monte dei Cocci. E su camionette, su Lambrette (siamo negli anni Cinquan ta!), tutta la folla si trasferisce verso lo Stadio.

Eduardo e Ninetto, anche loro, seguono questa spe cie di emigrazione festosa con bandiere, musiche, ecc. ecc. Però è naturale che a questo punto Ninetto e Eduardo scompaiano un po’ in mezzo all’immensa folla popolare; e che li troviamo qua e là solo nei momenti essenziali.

Per qualche tempo il film è cosi assolutamente corale lo stadio «Torino» è in festa, pieno di sbandieramenti «gremito in ogni ordine di posti»: addirittura, la gente si arrampica sui cancelli. Il prato verde smeraldo dello stadio è vuoto.

***

Ma presto comincia la parte della festa che consiste nella punizione dei colpevoli. Vengono portati due letti ni in mezzo allo spiazzo verde dello stadio, tra le acclamazioni della gente, le risate, i motti di spirito, ecc. ecc. Poi, attraverso l’altoparlante, viene annunciata la con danna, col nome e cognome dei due colpevoli. Nuove acclamazioni, nuove risate, nuovi motti di spirito. Dai poliziotti, infine, viene portata per prima in mezzo al grande prato la ragazzina colpevole. Essa viene obbligata a spogliarsi, e lo fa piano piano, piangendo, finche ri mane del tutto nuda di fronte alla sterminata folla. E si stende riversa sul letto.

Annunciate nuovamente dall’altoparlante, vengono ora avanti per il prato tre bellissime donne, fiorenti, feli ci, giunoniche. Sono le tre lesbiche, che godono la fama di essere le più calorose della città.

Vengono avanti, e arrivano accanto al lettino e ognuna di loro trova la voluttà, a lungo, di fronte al pubblico osannante, con la ragazzina: la quale è costretta ad amarle a farsi possedere con falli di legno a leccarle esattamente come esse vogliono.

Poi è la volta del ragazzino. Anche lui viene portato sul lettino, accanto alla ragazzina, anche lui viene co stretto a spogliarsi di fronte agli ottantamila spettatori.

Quando è tutto nudo, tre giovanotti, tra i più prestan ti della città quelli forniti del membro più grosso ar rivano, orgogliosi, malandrini, molleggianti come pugili, accolti da acclamazioni particolarmente entusiaste. Ela punizione del ragazzino è uguale a quella della ragazzi na; egli è costretto a subire la violenza di questi tre superdotati, i «meglio» di Roma Il pubblico è delirante di fronte a un cosi eccitante spettacolo.

***

Eduardo e Ninetto, a questo punto, abbandonano lo Stadio, facendosi largo tra la folla impazzita e arrivano, per la strada deserta, alla loro pensione.

Eduardo, ancora una volta, è stanco morto, e come è dentro la sua camera, fa per andare a letto: senonche nella pace del quartiere ai margini della festa, improvvi samente, si sentono delle voci che hanno qualcosa di as sai più violento, di più drammatico e misterioso, di tutto quanto abbiamo sentito finora: non sono più voci gaie di ubriachi che fanno festa, magari con una certa grossola nità ed esagerazione: quelle voci hanno qualcosa di più passionale, di più brutale.

Comincia dunque qualcosa di nuovo e, in un certo senso, di eccontraddittorio», nella città di Sodoma.

Eduardo, che, dicevamo, sta per andarsene a dormire apre la solita finestrella, e si mette ad osservare la strada, con accanto Ninetto. Cosa succede? Succede che un gruppo di una quarantina di giovani della città, appunto vociando con violenza certo reduci dallo Stadio vengono a mettersi sotto la pensione dove alloggia Eduardo De Filippo, ed esattamente di fronte alla casa dove avevamo visto entrare quei ragazzetti, bellissimi, vestiti da allievi ufficiali della Accademia di Modena….

Li sotto, i giovinastri di Sodoma, cominciano a urlare, a protestare, a dare pugni e calci alla porta.

È inaudito che ciò accada in una città che ha eletto la mitezza a suo primo principio: la polizia interviene, ma, in fondo lascia fare (proprio come succede nelle città normali, quando la polizia è dalla parte dei teppisti)

Gli avvenimenti in questa occasione sono rigorosamente visti attraverso gli occhi di Edoardo; cioè dall’angolo visuale di una finestrella al secondo piano. È cosi che seguiamo gli andirivieni, i gesti, le violenze -tut to piuttosto misterioso ed enigmatico della gente che si è radunata sotto il palazzetto di fronte alla pensioncina «Sonno». La scena, o meglio il dramma tragicomico, che vi si svolge è il seguente: i giovinastri di Sodoma vogliono a tutti i costi far l’amore col gruppetto di bellissimi ragazzetti dell’Accademia, arrivati il giorno prima a Sodoma.

Ma il padrone della casa, di cui essi sono ospiti, un vecchio signore, evidentemente eterosessuale, di nome Lot,10 non è assolutamente d’accordo su questo punto.

Nascono da ciò violente discussioni, dispettosi alterchi. Ma gli ospiti sono sacri per Lot, ed è chiaro che egli non li cederà mai, ne cercherà di convincerli a cedere all’amore di questi sodomiti teppisti. Semmai come egli stesso propone-è disposto a dare non soltanto le sue tre figlie, ma anche la moglie, alle lesbiche della città. E que sto comunque il primo caso, pare, di violenza reale che succede a Sodoma. Ela prima volta che isodomiti-invece di fare le cose con mitezza, con dolcezza si lasciano travolgere dalla passione.

Ecco dunque che i giovani sodomiti abbattono le te della casa di Lot, entrano, e attraverso le grandi fi nestre-si intravede che tentano di usare violenza ai giovanissimi militari metà svestiti e metà ancora con addosso le loro belle uniformi discinte.

E a questo punto che Eduardo, supplicandolo scanda lizzato, guarda Ninetto, come per cercare almeno un po di comprensione da parte di quel suo servo sempre cosi inespressivo e assente. È strano: invece di vederlo indi gnato in difesa di questo Lot oppure magari, come è suo solito indifferente lo vede guardare in cielo fisso, intento, con una strana luce negli occhi. Allora guarda in cielo anche lui: la Cometa si sta muovendo.

***

È il fatale annuncio che Eduardo deve partire immediatamente.

Qualsiasi cosa succeda, lui deve immancabilmente, seguire la sua Cometa.

Dimentico di Lot e di tutto, Eduardo aiutato dall’in decifrabile Ninetto, si mette a fare in fretta e furia le valigie, prende il suo misterioso fagotto, ed eccoli che corrono giù in strada, e coi nasi in alto, cominciano ad andare dietro alla Cometa che si muove, invitandoli a partire da Sodoma, ancora verso Nord.

***

Appena svoltato l’angolo della strada, ecco i primi fulmini di Dio.

Equi si ha una scena grandiosa che è inutile che ci attardiamo a descrivere nei suoi dettagli.

Colpita dai fulmini di Dio, Sodoma comincia a bru ciare alle spalle di Eduardo e Ninetto che escono di cor sa dalla città. Ad ogni angolo che svoltano, ad ogni piaz za che attraversano, i fulmini colpiscono, dietro di lo le case, ipalazzi, le chiese; e case, palazzi, chiese vanno a fuoco in un incendio spaventoso.

Ad un certo punto svoltando in una strada fra la gente che urla dalle finestre delle case in fiamme Eduardo e Ninetto, si incrociano anche con le figlie di Lot, e Lot stesso, che passano avanti a loro a tutta velocità quasi comicamente.

Eduardo e Ninetto arrivano finalmente fuori porta: e tutta la città brucia alle loro spalle, come in un quadro surrealista.

Essi continuano a camminare (adesso all’estrema pe riferia), seguendo la loro Stella, affannati, mentre dietro a loro si svolge lo spettacolo apocalittico, biblico, delle borgate che bruciano da un orizzonte all’altro. Eduardo e Ninetto,11 dalle parti di Tor di Quinto, lungo il Tevere, illuminati di rosso dallo spaventoso incendio, tornano ad incontrare Lot e le sue figlie, che scappano via terrorizzati. («Non voltatevi, non voltatevi! grida quasi comicamente il vecchio alle figlie.) I due si aggregano a questo gruppetto famigliare che corre a gambe levate. scappando da Roma, col vecchio Lot che continua a raccomandarsi alle figlie: «Non voltatevi, per carità, non voltatevi!».

A questo grido, e sempre di corsa, mentre Roma fiammeggia alle loro spalle, arrivano ad una stazioncina di periferia (che potrebbe essere quella della Roma Nord, oppure quella di Monterotondo). In questa zione c’è un treno che proprio in quel momento sta partendo. Il gruppo si getta sul treno, e tutti si imbarcano, urlando e spingendo dentro le valigie.

***

Il treno corre ora in piena campagna ancora laziale o nella grande luce estiva umbra nessuno dei sodomiti è riuscito a scappare da Sodoma. In un vagone sono tutti soli Epifanio, Nunzio, Lot e le figlie.

Evidentemente durante una sosta del treno, hanno comprato qualcosa per fare uno spuntino e stanno mangiando pane e salame, attaccandosi ogni tanto a due fiaschi di vino accanto a loro. Mangiano e bevono con aria triste e abbacchiata. Nunzio ed Epifanio stanno in uno scompartimento, mentre Lot e le figlie sono in quello vicino.

Ad un certo punto le figlie di Lot cominciano a non essere più tanto abbacchiate, e ad avere addirittura gli occhi ridarelli. È non c’è dubbio -1’effetto del vino. Si, sono decisamente ubriache, e ubriaco è anche il padre. Tutti quanti sono ubriachi. Comincia così una scena comica in cui si riproduce, in termini, appunto, comici, la misteriosa scena biblica delle figlie di Lot, che ubriacano il padre e compiono atti lussuriosi con lui.

E infatti è proprio questo che avviene nello scomparti mento. Le figlie ubriache prendono il padre, lo sbottona no, lo denudano, gli toccano il membro, ridendo, giacche riescono a farlo entrare in erezione. Poi a una a una, menre le altre due, ridendo, lo tengono stretto, gli montano sopra a gambe larghe, sul sedile dello scompartimento. Mentre fanno tutto questo -pur nella pazzia sacra del vino e del sesso non si dimenticano mai, però, che non debbono voltarsi indietro, verso la lontana Sodoma abbandonata per sempre. Quando poi finiscono col cadere in un sonno profondo, che le fa sembrare delle morte vittime del troppo vino dei Castelli bevuto -Lot, continua a dire e ripetere, nel suo sonno di ubriaco, come in delirio: «Non voltatevi, non voltatevi!».

***

Il treno è già molto avanti nella strada del Nord; il paesaggio intorno è già un paesaggio padano. Ed è qui che avviene la solita gag di Nunzio ed Epifanio che, pre si dalla nostalgia per la loro lontana città, cantano una canzone napoletana; Nunzio suona la chitarra ed Epifanio fa la sua controscena. Cosi mentre cantano, ecco che compare una nuova città la nuova Utopia verso cui la Stella Cometa li porta.

GOMORRA

Questa nuova Città-Utopia si chiama Gomorra e corri sponde, in natura, a Milano.

Nunzio ed Epifanio smettono di cantare mentre gli altri, di là, sono perduti ancora nel loro sonno mortuario e cominciano a guardare curiosi fuori dal finestrino.

È una città molto moderna, Gomorra (Milano, appunto): con le sconfinate distese di fabbriche bianche e asettiche, posate su verdi prati o incastrate tra vecchi quartieri di periferia, nella nebbiolina. Ma gli occhi di Epifanio e Nunzio si spalancano so prattutto su alcune apparizioni curiose lasciate subito indietro dalla corsa del treno… Sotto la scarpata della ferrovia ammassati nei cortili di qualche caserma o nelle aule, con le finestre aperte, di qualche scuola o nella piazzetta di qualche vecchio paese circondato dalle fabbriche ci sono interi reggimenti, si può dire, di gio vani: tutti nudi. Se ne stanno fermi, nei loro cortili, nelle loro aule, nelle loro piazzette, come in attesa di qualcosa qualco sa di misterioso. Un mistero, però «civile»: o istituzionale o religioso, è chiaro.

***

Il treno ormai sta imboccando il terrapieno che lo porta alla stazione Centrale, e sta rallentando. Epifanio e Nunzio fanno per svegliare i loro compagni di viaggio, quando, improvvisamente, uno scoppio un boato terribile – e il treno sbanda, deraglia, si rovescia.

Rumore di ferraglie, frastuoni, grida di terrore, la menti. Per fortuna il treno andava già piano: ed Epifanio e Nunzio si trovano, vivi, con le loro valige in mezzo ai rottami, lungo il bordo della strada ferrata. Se ne stanno li, storditi, nel fumo della bomba che è scoppiata sotto il locomotore; poi il fumo pian piano si dirada e compare, come un immenso spettro, la tettoia della Stazione della città di Gomorra.

Allora i due – spaventati, frastornati – si avviano a piedi verso la pensilina, verso l’uscita, insieme agli altri sparuti gruppi di viaggiatori. Anche Lot e le sue figlie assonnati e storditi vengono con loro. Ma come i passeggeri arrivano sotto la pensilina della stazione di Gomor ra dove ci sono poliziotti, militari, puttane ecco che succede qualcosa di assolutamente imprevedibile, anzi di inaudito. Dei gruppi di giovanotti o meglio di teppisti che stavano li a oziare si buttano, improvvisamente, bru talmente, addosso alle donne che arrivano dal treno, al zano loro le sottane, cominciano a palpare loro i seni, il sesso, il culo insomma ad impadronirsi dei loro corpi…

La stessa sorte tocca anche alle figlie di Lot, benche Lot cerchi disperatamente, da povero vecchio, di difenderle ancora mezzo ubriaco e rincoglionito. Un gruppo di giovani si libera di lui con un calcio, si impossessa delle figlie gridando loro: Su, voltatevi», con la chiara intenzione di possederle come si suol dire alla pecorina».

Le donne disperatamente si difendono, urlando che non possono voltarsi, che è un ordine di Dio. Natural mente, equivocando, i giovani non sentono ragione, e con la più brutale prepotenza, le obbligano a voltarsi.

Come le tre donne, sono evoltate» verso Sud, ecco che, di colpo, restano immobili impietrite come statue, in quella loro positura ridicola e indecente. Un giovanot to le tocca curioso con il dito, e poi si lecca il dito con la lingua. «Sono di sale sentenzia, con una bestemmia

Su questa visione, Nunzio ed Epifanio escono dalla stazione, scendono le scalinate e arrivano sotto le grandi tettoie del piazzale antistante.

***

Qui c’è il caos: una coda indescrivibile di gente sta aspettando il taxi (come avviene del resto in realtà): sol tanto qui tutto è portato, s’intende, all’esasperazione del la metafora, quindi esasperata violenza, esasperata pre potenza, esasperata ferocia. Anche in quest’occasione i giovani, ammassati nella coda che aspetta il taxi, toccano le donne. Le toccano di dietro, davanti. mettono loro le mani sotto le sottane. Evidentemente – come dalla cappa di piombo del suo cielo-Gomorra è dominata da un fu ribondo e pazzesco amore per la carne femminile.

Mentre Eduardo e Nunzio stanno, scombussolati, anzi, sconvolti, ad aspettare il taxi per andare nel centro della Città in mezzo al cui cielo si è fermata la Cometa si avvicina a loro un ometto che non sembra affatto un «milanese».

Facendo infatti l’occhietto con la arcaica aria della a nera», si rivolge ad Eduardo dicendo che egli ha della «roba buona», se vuole dare un’occhiata… Eduardo crede che si tratti delle solite sigarette: ma non è cosi, e non si tratta neppure di altra merce da mercato nero o di contrabbando… L’ometto li porta, con ostentata aria clandestina, dietro una colonna: equi gli mostra una scatola piena di pistole e bombe. A questo punto, all’escla mazione napoletana di Eduardo, l’ometto smette di colpo di parlare il finto milanese con cui ha parlato fino ad ora e illuminandosi, rivela la sua verace razza napoletana. Nuo va agnizione, quindi, nuovo commosso incontro fanio e questo nuovo napoletano: agnizione e commozio ne a cui seguono, al solito, confidenze, proteste di amore, di aiuto, di alleanza…

Il venditore di armi spiega intanto a Eduardo come, per carità, a Gomorra non ci si può avventurare se non si è armati, perche quello che succede li è indescrivibile.

Lui si è adattato, ma, per carità, non facciano capire che è napoletano. (E lancia intanto intorno occhiate di terrore, di clandestinità e di congiura.) A questo punto, naturalmente, si offre di portare lui stesso i due a un buon albergo dove alloggiare. In quattro e quattr’otto, sempre con l’aria, appunto, del vecchio napoletano che si arrangia, procura un taxi abusivo. I tre montano, e il taxi parte verso il centro di Gomorra.

***

Come son dentro al taxi, tuttavia, per prima cosa, il napoletano si rivolge ad Epifanio e facendo un significativo segno con le mani: con i due indici che si uniscono ripetutamente fra di loro, e con l’aria interrogativa, egli fa capire ad Epifanio che vorrebbe sapere se per caso non si sa mai tra lui e Nunzio ci fosse un rapporto, co me dire…

Di questo naturalmente Epifanio si scandalizza, ride e dice: «Nunne parlammo proprio». Ciò tranquillizza subito il loro nuovo amico,12 che spiega subito le ragioni della sua indiscrezione: la cosa più tremenda che possa succedere a Gomorra è quella di essere «ricchioni quella di amarsi tra uomini È una cosa che gli abitanti di Gomorra non tollerano in nessun modo, come del re sto, non tollerano nessuna diversità, nessuna minoranza, nessuna eccezione.

Alla luce di queste notizie, Epifanio e Nunzio guardano dal finestrino, piuttosto impressionati, la città che passa davanti ai loro occhi.13 Ecco che intravedono appena, a tutta velocità, le prime enigmatiche scene… Anche qui come già a Sodoma Epifanio vede ma non crede ai suoi occhi. Forse non ha nemmeno visto… Le prime immagini di quella che è la città di Gomorra, so no più o meno le seguenti: un assalto ad una banca, con un morto in una pozza di sangue davanti alla porta; un comizio di giovani estremisti con cariche della polizia (e li altri feriti, altri morti); una fila di macchine bruciate da un gruppo di piromani (che sfasciano a colpi di crik le macchine che non riescono a bruciare): e cosi via.

Tutto questo è scandito da apparizioni continue di donne, mezze nude e lo sono in un modo indecente che mostrano tutto quello che possono mostrare, comportandosi come «alleate», anzi, eccamerate dei maschi. Si ha dunque anche una serie di continui rapporti violentissimi quasi bestiali, tra maschi e femmine che si svolgono ora dentro un portone, ora dietro un cespu glio, ora vicino a un monumento ai caduti, e cosi via.

Con questa serie di immagini della Città, vista attra verso gli occhi di Eduardo, giungiamo al Centro, nei pressi della piazza del Duomo. E anche qui abbiamo delle spiegazioni14 – molto rozze, molto popolari – da parte di Gennaro, intorno alla qualità di vita della città di Gomorra: spiegazioni chiarite e commentate dalla verve filosofica di Epifanio. Gomorra nella nostra storia è la tipica città italiana (o forse europea, se non ad dirittura mondiale) degli anni ’75-76: con la violenza di una generazione che ha perduto completamente i suoi antichi valori, che vive una falsa tolleranza (per cui in realtà viene tollerata soltanto la libertà della maggioranza, e non certo quella delle minoranze) ecc. ecc.15 Il giorno seguente si affretta ad annunciare Gennaro evidentemente è questo il pensiero dominante del momento – ci sarà una grande festa, la grande Festa annua le della Città…16 Epifanio intuisce subito tutto, e da vec chio napoletano tollerante, ne è costernato.

Arrivano all’albergo: dove ci sono subito le solite -comiche difficoltà (perche naturalmente anche all’alber go gli impiegati fanatici eterosessualisono insospettiti dalla coppia di un vecchio e un giovanotto). Superate comicamente tutte le difficoltà, i due finalmente entra. no, sfiniti, nella loro stanza.

Epifanio non gliela fa più, a causa di tutte le fatiche di quella giornata, e il suo servo (per la seconda volta brilla nei suoi occhi un lampo di affetto e di gentilezza) lo aiuta a coricarsi.

***

Anche stavolta negli istanti che precedono il sonno di Eduardo si sente l’atmosfera eccitata della città, l’atmosfera tipica della vigilia di una festa: di quella festa annunciata con tanta strana apprensione dall’amico Gennaro. Sono canti, suoni, risa e urli lontani. Epifanio dolcemente si addormenta e comincia a ronfare. Anche questa volta comincia «il racconto del sonno di Epifanio». Ma il filo che ci conduce al luogo dove tale racconto si svolge non è una dolce, vecchia musica come Johnny Guitar o Luna Rossa, o Sono carcerato e mamma more, ma è la cretina, aggressiva, assordante canzone di un urlatore. Abbandonato Epifanio al suo sonno cieco, ricerchiamo la fonte di tale musica -finche arriviamo ad una grande arena all’aperto.

Qui, davanti alla platea bestialmente eccitata, viene proiettato su uno schermo panoramico, enorme, da ci nerama un film che normalmente si proietta in sedici millimetri su piccolissimi schermi: cioè un film pornografico. Esso è di produzione volgarissima, probabil mente tedesca, e rappresenta, in ogni suo dettaglio, un coito, durante il quale i due partners fanno di tutto per essere il più possibile volgari, osceni, offensivi.

C’è una lunga inquadratura consistente in uno zoom che pare entrare, lentamente attraverso le coscie schifosamente allargate dentro il sesso della donna, in dettaglio: il sesso reso enorme dallo schermo-gigante.

Ora, tra gli spettatori della platea c’è un uomo di media età, con l’aspetto di un operaio, e un ragazzino bellissimo, che sembrerebbe invece uno studente.

***

L’operaio guarda lo studentello, lo studentello sente su di se lo sguardo dell’operaio, e lo ricambia.

Ed ecco che, all’incrociarsi di quegli sguardi, succede qualcosa di analogo a quello che era successo nella sala da ballo della città di Sodoma: cioè, senza nessuna ra gione, e fulmineamente, in questo mondo dove trionfa l’amore eterosessuale, qualcosa di misterioso qualcosa di evidentemente voluto da Dio spinge quest’uomo e questo ragazzo a provare un sentimento di amore l’uno per l’altro Col sudore freddo sulla fronte e spaventato da quello che sta facendo e contro cui non può fare nulla come contro una forza invincibile-l’uomo si avvicina al ragazzino, si mette a sedere accanto a lui, comincia a toccarlo col ginocchio sul ginocchio… Il ragazzino in principio è atterrito, però anche lui, affascinato irresistibilmente da questo nuovo rapporto che nasce (forse il ragazzino è davvero molto giovane, un adolescente non ancora entra to del tutto nel mondo della violenza sessuale dei più adulti, della loro ossessione per il sesso femminile: non per niente infatti è andato li, da solo, a vedere un film pornografico): fatto sta, insomma, che anch’egli è subito trascinato nella «colpa». L’uomo lo tocca dopo mille, atterrite incertezze sulla coscia; poi pian piano, ormai deciso a perdersi, comincia a toccargli il membro; poi prende la mano del ragazzo e la porta sul proprio… In a i due scoprono a vicenda, i loro sessi «uguali» (cosi come il ragazzino e la ragazzina di Sodoma avevano scoperto i due sessi diversi). Presi dalla voglia improvvisa, misteriosa, terribile i due decidono ingenuamente di andare nel cesso del ci. nema. Vanno, chiudono la porta alle loro spalle e si gettano l’uno nelle braccia dell’altro per cominciare il loro amore… Ma anch’essi vengono scoperti,17 come il ragazzetto e la ragazzetta della città di Sodoma.

La maschera del cinema che li aveva notati, subito insospettita, era andata a chiamare altre maschere e quindi la polizia.

Ed ecco, che, spaventosi, arrivano, i poliziotti, abbattono la porta colgono i due in flagrante. Quello che succe de nell’arena è indescrivibile. L’uomo e il ragazzo vengo no trascinati fuori con una brutalità bestiale. La gente che non ha capito bene di che si tratta, lo intuisce all’ultimo momento (se lo avesse intuito prima li avrebbe evidentemente linciati sul posto) ementre i due vengono trascinati fuori, fanno appena in tempo a sputare loro addosso, gridandogli i più atroci insulti. I due vengono in tutta fretta caricati sulla macchina della polizia, che li porta verso il terrificante tribunale, dove verranno giudicati.

Dissolvenza.

***

Ci ritroviamo nella camera d’albergo di Eduardo, che da sulla piazza del Duomo.

Eduardo dorme ancora, sfinito dalle avventure del giorno prima, e Ninetto come per un suo misterioso calcolo accende la televisione. Si sentono subito le voci degli speakers che annunciano la trasmissione per di retta della Grande Festa della giornata: la Festa dell’Ini ziazione. Al boato di quelle voci odiose, Eduardo si sveglia di soprassalto, e isuoi occhi si fissano meccanica mente sul video. Come visto da Eduardo esterrefatto18 – vediamo nel teleschermo apparire il Capo del Governo della Città un uomo «serio», moralistico, profondamente antipatico, che, a un intervistatore, illustra in che cosa consista la grande Festa dell’Iniziazione di Gomorra.

Finita la breve intervista ufficiale e ideologica, ecco che commentate dalle voci oggettive, metalliche degli annunciatori vediamo più o meno le seguenti sequen ze «in diretta»: dalle caserme, dalle scuole, dalle piazzet te dei paesi, dai magazzini in cui erano stati tenuti chiu si, evidentemente da alcuni giorni (proprio come si usa fare nei cosiddetti «tre giorni» del servizio di leva), centinaia, migliaia di giovani nudi, vengono liberati e scatenati nella città.

Li avevamo visti il giorno prima, ammassati in silenzio; adesso li vediamo ancora per qualche istante nei loro cortili, nelle loro aule, nelle loro aie, in silenzio.

Ma ecco che, appunto, a un certo misterioso ordine come nei riti si aprono di colpo i portoni e i giovani nudi cominciano a dilagare fuori nella città, come mandrie di animali, come orde di barbari, nudi.

Assistiamo ad una specie di invasione di Gomorra da parte di questi giovani diciottenni: i quali rappresentano evidentemente una scena mitica. una scena simbolica.

Essi son coloro che in un rito di iniziazione che li libe ra prendono i loro posti nella città, impossessandose ne. Tutto questo avviene attraverso la più spaventosa, la più cieca delle violenze. Anche se ciò è incompatibile, nella nostra logica, con una trasmissione televisiva… Ela logica della favola, della nostra favola, infatti, che giusti fica, anzi pretende quella violenza.

Gomorra è l’Utopia della Città della Violenza.19

***

I giovani nudi dilagano nelle strade invadono le piazze a caso. Trovano delle donne le violentano le stuprano li dove si trovano in mezzo alla strada dentro le loro stesse case-davanti agli occhi dei loro figli. Poi escono rapinano i negozi di armi assaltano le banche si impadroniscono dei soldi entrano nei su permarket – li saccheggiano – li devastano. Escono – ma non sono più nudi – si sono vestiti secondo l’ultima moda – e la loro baraonda nella città continua in questo nuovo costume. La sequenza è molto complessa e abbraccia tutto quello che i giovani della nuova generazione usano fare; è il simbolo e la sintesi delle loro giornate vere».

Angoscia, cecità, malvagità, nevrosi, presunzione, prepotenza, conformismo, odio: di tutto ciò è fatto il raptus che li trascina a devastare la città e a impossessarsene. E non importa se lo sguardo che li osserva è lo sguardo di Eduardo, uno sguardo «comico». Resta la loro terribile realtà. Quando questo esercito di giovani è giunto al massimo della sua violenza barbarica non priva però di una certa moderna raffinatezza consumistica l’annunciatore della televisione (dentro il cui schermo saremo entrati e li avremo visto tutto ecoggettivamente») annuncia che la festa si concluderà con l’esecuzione capitale di due persone che hanno infranto la regola di Gomorra; che si sono, cioè, macchiate della spaventosa, innominabile colpa del rapporto omosessuale.

Tale esecuzione capitale si svolgerà nella piazza del Duomo. A questo annuncio Eduardo e Ninetto voltano le spalle alla televisione e corrono a schiacciare i nasi contro i vetri delle finestre.

D’ora in poi tutto quello che avviene è, in parte, raccontato «come visto» da Eduardo e Ninetto dalla finestrella del loro albergo, e, in parte, raccontato «oggetti vamente», sempre attraverso la televisione; cosi che i punti di vista sono due e la visione è, insieme. «divisa» e «totale».

La piazza di Milano vista nel suo insieme da Eduardo e da Ninetto e vista nei suoi dettagli nello schermo della televisione si riempie, subito rigurgitando delle masnade ululanti dei giovinastri, dei teppisti, degli estremisti (che non si capisce, come nella realtà, se siano fascisti o comunisti): insomma tutto quello di peggio che sono i giovani dell’ultima generazione. Seguiti dalle donne da loro stuprate, ma diventate subito loro complici dalle folle degli anziani che adulano i giovani e si mettono al loro livello affluiscono trionfalmente, da padroni, nella piazza. Che è subito completamente gre mita di una folla orribile, ripugnante, in fondo barbarica ripeto a causa della rozzezza «culturale» del neocapitalismo. E comincia l’esecuzione capitale.

***

Dal fondo della piazza vengono fatti passare, in mez. zo alla folla che li insulta, li copre di sputi, gli piscia ad dosso le due vittime atterrite, prese da un panico di bestia portata al macello.

L’operaio e lo studentino passano attraverso le ali di folla urlante, e vengono portati nel mezzo della piazza dove è lasciato un riquadro vuoto per il supplizio.

Qui vengono spogliati nudi, torturati costretti a subire tutto quello di più atroce che è possibile immaginare. Finche viene l’ora della morte.

Il ragazzo viene sepolto vivo davanti al Duomo, nel selciato dal quale alcuni blocchi di marmo erano stati scalzati. Viene spinto urlante, dentro la buca e ricoperto dai blocchi. A questo punto scende un elicottero sopra lo spiazzo dentro cui è sepolto vivo l’adolescente e l’uomo nudo viene legato al carrello. L’elicottero subito si alza. E appena si è alzato in volo sospeso a pochi metri di altezza uno dei carnefici spara un colpo di pi stola che fora la gola dell’operaio.

L’elicottero si alza ancora, sopra la folla (volando passa quasi sotto il naso di Eduardo che guarda disperato dalla finestra del suo albergo) mentre dalla gola squar ciata della vittima cola il sangue sulla folla sottostante. La folla, urlando e insultando, accoglie nei palmi del le mani il sangue, lo lecca, se ne sporca gli abiti, se ne lorda il viso, in una sorta di atroce scena di cannibalismo rituale.

Eduardo (le cui reazioni, tra comiche e drammatiche, non stiamo qui a descrivere) si copre gli occhi, e, con gesto naturale, alza la testa al cielo come a chiedere pietà

Si toglie le mani dagli occhi e vede che, nel mezzo del cielo di Gomorra, la Cometa comincia lentamente a muoversi. Segno che Eduardo deve andare via immediatamente da quella città, e seguirla. Si ripete cosi la stessa scena che era avvenuta qualche giorno prima a Sodoma; Epifanio e il suo servo Nunzio riempiono i fagotti di pedalini, di mutande; Epifanio arranfa il suo “fagotto misterioso” e i due corrono giù, in strada, seguendo la Cometa.

A dare il via alla distruzione di Gomorra come già a Sodoma è un terribile fulmine a ciel sereno. E la distruzione ha subito inizio: a cancellare per sempre Gomorra dalla faccia della terra. Non è però il fuoco che la distrugge. È la peste. Una peste che si abbatte di colpo sulla città, contagia di colpo tutti, porta di colpo sofferenze indescrivibili, semina di colpo la morte.

Alle spalle di Ninetto ed Eduardo che si allontanano, verso porta Ticinese, la peste dilaga. Tutti i cittadini so no colti da sintomi spaventosi: chi vomita; chi, preso da una diarrea interminabile defeca nelle strade, morendo sulla propria merda; chi muore sul proprio vomito. Pustole orrende invadono i corpi cadono gli occhi marci dalle occhiaie cadono i capelli irti -tutti gli abitanti di Gomorra diventano spettri purulenti, che piano piano si decompongono e muoiono uno sull’altro, ammucchiandosi in cataste immense.20

Tutto questo, ripeto, alle spalle di Eduardo e Ninetto che si allontanano a passo veloce dalla città, quasi che alle loro spalle si spalancasse lo spazio magico entro cui avviene, come in un quadro surrealista, la vendetta divina.21

***

Ed eccoci di nuovo dentro un treno che corre attraverso la campagna, nella trasparente malinconia del crepuscolo. In cielo la Cometa scintilla, puntando verso il Nord, verso le nitide sagome delle Alpi.

Ninetto ed Eduardo sono dentro uno scompartimen to: e qui si ha la solita canzone napoletana che fa da in termezzo al nostro lungo viaggio.

Ricordare – durante questa pausa – che mai per un solo istante, durante tutta la storia, davanti alla serie degli avvenimenti straordinari che sono capitati, Eduardo ha dimenticato quello che la Cometa significa per lui: cioè la speranza di una nuova vita il segnale di una parola rivelatrice e redentrice. Egli ha tenuto sempre vivo in se questo pensiero, e non ha perso occasione per ripeterlo. per ripeterselo.22

Forse questo entracte mentre Ninetto canta la sua canzone è uno dei momenti in cui più forte viene fuori in Eduardo il sentimento di Speranza «detto dalla Co. meta, che lo sta trascinando sempre più lontano…

NUMANZIA

È l’alba, e il treno arriva verso la periferia di quella che è una grandissima città, un’enorme metropoli che sembra occupare l’intera terra e l’intero cielo. È Parigi, ma, nel la nostra favola, essa è annunciata con il nome mitico di «Numanzia».

Siamo dunque alle porte di un’altra Città-Utopia. Ma non appena la città è apparsa vista dalla sua estrema periferia, dai villaggi che la circondano dalle sponde dei laghetti e dai boschi dell’ultima campagna il treno viene fermato da un reparto militare motorizzato…

***

Numanzia è infatti circondata da un grande esercito che l’assedia: l’assedia dislocando i suoi accampamenti in un enorme cerchio tutt’intorno alla città. Si tratta di un esercito fascista, che è sul punto di occupare Numanzia, città, invece, socialista.23

I passeggeri del treno vengono fatti scendere e vengo no subito trattati esattamente come la polizia nazista trattava la gente: vengono divisi e incolonnati come bestie, e portati brutalmente verso il posto di polizia dove dovranno essere controllati i loro documenti. le loro valigie, ecc. ecc.

Certamente la loro destinazione finale ne potrebbe essere altrimenti è un campo di concentramento.

Dunque Eduardo e Ninetto si trovano cosi in mezzo alle file di un esercito fascista: nelle mani, praticamente di crudeli, stupidi, fanatici miliziani. Ma, ancora una volta!, la buona stella napoletana viene loro in aiuto. In mezzo al gruppo dei miliziani o «poliziotti» o SS c’è anche un gruppo di civili, e, tra questi civili, c’è il so lito angelo napoletano.

Costui si accorge subito da alcune parole, per quanto pronunciate a mezza voce, di Eduardo e di Ninetto, di fronte a quello che sta loro accadendo che si tratta di suoi concittadini.

È preso, segretamente, dal solito spirito di fraternità: ma se lo tiene dentro, ricorrendo, per farsi capire, all’espressione degli occhi e a qualche gesto, il minimo necessario. Il dialoghetto mimico tra lui e Eduardo è un capolavoro di sottigliezza, di detto e non detto, di com prensione, totale e sviscerata, impalpabile, lieve come un velo. Alla fine, con accento inequivocabile, al maresciallo che sta appunto per smistare i due verso un cam po di concentramento, Totonno dice: «Un momento, marescià! Aggio bisogno di due sguatteri». Totonno è infatti il cuoco del Capo dell’esercito fascista, e, come tale, ha diritto di scegliersi, tra i profughi, i due aiutanti di cui ha bisogno. Sceglie i due napoletani, dice loro di andargli appresso, con aria sostenuta e vagamente pomposa. Appena però i tre sono un po’ fuori dalla vista dei poliziotti, ecco la solita vociante e un po’ scomposta ri tualità del riconoscimento.

***

Eduardo e Ninetto dunque vanno a fare gli sguatteri nella tenda attigua a quella in vista di Numanzia del Capo Fascista. E cominciano il loro umile lavoro pieni di buona volontà.

(La Cometa scintilla alta nel cielo, sopra l’accampamento.)

***

Subito, naturalmente, come sempre, si svolgono, «come viste dai due sguatteri, le prime scene che rivelano il mondo in cui ci troviamo: che è un mondo tipicamente clericale e fascista: proprio nel senso classico della parola. La violenza, la disciplina, il fanatismo: tutte le forme di uno spaventoso ritorno di neo-nazismo anche se tecnicizzato anche se, naturalmente, più moderno che venti, trenta anni fa.

***

Viene la notte, i due sono nelle loro brandine, ma Eduardo non può dormire. Si svolge una scenetta tra i due, in cui Ninetto, come al solito, non da nessuna sod disfazione al suo padrone, e dice: A sor maè, so’ cazzi vostri! Sete voi che avete voluto annà appresso a ‘sta Cometa! A me che me ne importa, fate un po’ voi!».

Eduardo esce brontolando, inquieto fuori della tenda; ed ecco che in maniera inaspettata la Stella Cometa, che brilla nel cielo, sopra il campo dei fascisti, comincia a muoversi. Non c’è un momento da perdere.

Eduardo e Ninetto, senza nemmeno far le valigie, stavolta, infilandosi soltanto sulle mutande i pantaloni, mettendosi le scarpe senza nemmeno allacciarle e arraffando solo il misterioso fagotto escono dalla tenda e a naso in alto incominciano a seguire la Cometa.

La Cometa va, esattamente, oltre le trincee fasciste, proprio verso il centro della città di Numanzia.

C’è dunque da attraversare le linee… Ma i nostri due personaggi sia attraverso le loro personali trovate per sfuggire alla sorveglianza, sia aiutati dalla fortuna che aiuta sempre i personaggi comici (candidi in mezzo ai cattivi) riescono a andare al di là del campo fascista e a internarsi nel territorio nemico…

***

Attraversata la zona franca, completamente disabitata, che li separa da Numanzia, ecco che si imbattono ora nei cavalli di Frisia, nei trinceramenti, nelle barricate, che gli abitanti di Numanzia hanno eretto contro l’esercito fascista. Ed ecco che si imbattono anche nei soldati di Numanzia che naturalmente li fermano: anche per loro vige la legge ferrea della guerra, benche essi siano i «buoni». In una triste strada della più lontana periferia, i nostri due eroi vengono fermati, interrogati e risulta subito, naturalmente, che non solo non hanno documenti, ma che non sanno neppure come giustificare la loro presenza li (se non balbettando deliranti frasi sulla nascita di un Messia…).

Basta. Scusandosi, i militari di Numanzia li mettono in guardina.

Dentro la camera di sicurezza. Ninetto, in uno dei suoi rari e inspiegabili guizzi di affetto, cerca di consolare Eduardo; anzi questa volta lo fa ancora con più tenerezza e festosità. Gli recita una scenetta allegra, gli dice che tanto il giorno dopo sicuramente li lasceranno pas sare e cosi via finche, quasi cullandolo come un bambino, lo fa dormire sul tavolaccio.

Qui comincia la solita parentesi, il solito episodio del sonno di Eduardo.

***

In un ambiente intellettuale un caffe, o un circolo, o una sede di partito un poeta è chiuso nel suo silenzio mentre intorno a lui si svolgono le più accese discussioni in merito ai problemi politici e strategici della città di Numanzia assediata.

Ad un certo punto il poeta interrompe tutti, comunicando che ha una proposta da fare.

Si sente immediatamente che si tratta di una proposta e, essenziale: e lo si sente per quel tono particolare che ha sempre la verità.

Si fa intorno un silenzio carico d’attesa.

La proposta del poeta è la seguente: Non ci sono più speranze per noi, i fascisti sono infinitamente più forti o perduto tutte le battaglie, abbiamo perduto anche l’ultima battaglia, che ha fatto si che noi ci dovessimo chiudere dentro la nostra città». Ormai tutto è per duto. L’unica cosa che ci resta da fare è non cadere vivi nelle mani dei fascisti. Ciò che io dunque propongo è il suicidio collettivo di tutta la popolazione di Numanzia. Cosi che quando l’esercito dei fascisti entrerà nella nostra città, troverà una città di morti. Meglio la morte che la schiavitù sotto i fascisti».

Gli altri capiscono, a che questa è la verità.

Molti dei suoi colleghi intellettuali sono subito dalla sua parte, altri però si oppongono. Infatti è loro opinione che imporre dall’alto qualcosa qualsiasi cosa alla città non è democratico. Il suicidio collettivo può essere sentito con tanta forza da un intellettuale, da un poeta, da un cittadino privilegiato: ma la massa del popolo, i ceti medi, potrebbero anche, in fondo, rassegnarsi a vi vere sotto il fascismo; non si può obbligarli a morire.

La discussione su questo punto è drammatica. Però ti sono d’accordo sul fatto che il poeta debba scrivere la sua proposta e pubblicarla.

Il giorno dopo la proposta del poeta, sotto forma di articolo, esce sul più importante giornale parigino (su «Le Monde», che è diventato socialista: tutta la città è comunque democratica: gli stessi fascisti numantini sono stati tolti di mezzo, non con la violenza, ma con la persuasione… E sapremo tutto ciò man mano che entreremo nel vivo della storia).

Appare dunque l’articolo del poeta su «Le Monde», e tutti gli altri giornali lo discutono cosi come avevano di scusso in privato gli intellettuali col poeta. Si accendono polemiche (non più d’elite), finche il partito cui appartiene il Poeta, che è, diciamo cosi, il Partito di estrema sinistra, fa sua la proposta del poeta e la presenta in Parlamento.

Nasce ora la discussionein Parlamento. Ein Parlamento, dopo un acceso dibattito, si decide di indire un referendum tra la popolazione di Numanzia per scegliere nel modo più democratico tra il suicidio collettivo ela mesa.

Vota «si chi è per il suicidio collettivo, vota eno chi e per la resa.

Comincia la campagna elettorale nella città assediata Siccome il tempo stringe, ci sono solo pochi giorni per poter prendere una decisione: travolgente, vorticosa, è quindi la serie di comizi per informare la popolazione e per spiegare ideologicamente e politicamente il senso del referendum.

I comunisti di estrema sinistra (diciamo tipo il «Manifesto») a cui appartiene il poeta sono assolutamente per il suicidio collettivo. Anche i socialisti lo sono, in fondo (benche i socialisti di destra siano dissenzienti). I partiti, diciamo cosi, della destra, sia pur democratica, sono invece incerti o contrari.

Infuriano dunque i comizi. La città essendo da tempo profondamente politicizzata, la folla partecipa, natural mente, con tutta la più disperata passione (è il caso di dirlo), finche si arriva alla votazione e allo scrutinio dei voti (tutto, naturalmente, in rapidissimi scorci).

La maggioranza del popolo di Numanzia risulta essere per la morte collettiva, per il rifiuto di cadere, vivi, sotto la schiavitù fascista.

L’esito della votazione, secondo la legge del Parlamento, deve avere esecuzione immediata. La decisione presa collettivamente e democraticamente dal popolo di Numanzia dovrà essere messa subito in pratica: il giorno dopo tutti dovranno collettivamente uccidersi, nella stessa ora.

Dissolvenza.

***

Eduardo si risveglia (questa volta però non è passata una sola notte, ma varie notti trascorse tutte in quella tetra camera di sicurezza): Eduardo si risveglia e, per prima cosa, i suoi occhi si possano su Ninetto, che sta fischiettando tutto giulivo: inaspettatamente e stranamente giulivo.

Eduardo si guarda perplesso intorno, e si accorge che non ci sono più le guardie, e che addirittura la porta del la cella è spalancata.

Tutto felice allora egli esce dalla cella, seguito da Ninetto, sempre giulivo e fischiettante. Appena fuori, guarda in alto e vede la sua Stella, che si sta muovendo verso il centro della città. Seguendola di buona lena, i due attraversano tutta la periferia di Numanzia, completamente deserta, e cominciano ad addentrarsi nella vera e propria città.

Qui li aspetta uno spettacolo assolutamente unico: tra i tanti spettacoli straordinari del loro viaggio, il più straordinario.

Il suicidio collettivo, democraticamente stabilito. è stato infatti attuato: e cosi Numanzia altro non è che un’immensa città di morti.

Ma lo straordinario consiste soprattutto nel fatto che i numantini si sono uccisi fissando per l’eternità l’atto che più hanno avuto caro nella vita.

Camminando nel profondo silenzio delle strade di Numanzia, Eduardo e Ninetto vedono infatti tutta una serie di cittadini che si sono dati la morte nel modo che essi più desideravano.

Nelle panchine dei giardinetti ci sono dei giovanissimi morti abbracciati teneramente.

Sulle rive della Senna ci sono dei pescatori morti con la lenza sul fiume.

Lungo le bancarelle di libri ci sono dei letterati morti sui libri che più amavano.

Preso dalla curiosità, Ninetto apre piano piano la porta di una casa e vede moglie e marito morti nell’atto di fare l’amore.

Dentro un’altra casa c’è un vecchio pensionato morto solo con il suo cane.

In un’altra, un omosessuale morto, con accanto un mazzo di rose, abbracciato al suo ragazzo. Altri si sono uccisi tutti insieme: ai Champs Elysees, per esempio, ci sono alcune Autorità che si sono uccise con il loro vestito da cerimonia, sotto l’Arco di Trionfo, intorno bande militari, morti stringendo ro trombe.

Sempre nei Champs Elysees, in un cinema «d’essai», tutti gli spettatori si sono uccisi insieme mentre stavano vedendo il film di Charlot: Il grande dittatore: sullo schermo, per l’eternità, c’è l’immagine immobile di Chaplin che dà un colpo col sedere al mappamondo.

Piano piano, però, il silenzio di questa città di morti comincia a diventare tragico, quasi intollerabile. Ninetto comincia allora a fischiettare, un po’ per fare allegria al suo costernato padrone e un po’ anche per onorare i morti; e intona il Ca ira (o Bandiera rossa). Èl’umile celebrazione dell’eroica morte dei cittadini di Numanzia.

Dai Champs Elysees al Pont Royal, dal Pont Royal a Saint Germain des Pres, tra i morti.

Ed ecco, a Saint Germain des Pres, lo stesso caffe in cui il poeta aveva lanciato l’idea del suicidio collettivo.

È silenzio profondo, tutti i caffè – con i loro vecchi clienti che si sono uccisi alloro tavolino, davanti a un bicchiere di birra odivinosono immersi in una pace ormai agghiacciante, dacche Ninetto ha smesso di cantare.

Ed ecco che improvvisamente si sente un rumore: un tintinnio appena percettibile: si tratta di un cucchiaino che mescola del ghiaccio dentro un bicchiere.

Ninetto si avvicina incuriosito, e anche un po’ spaventato e, fra gli intellettuali morti, vede che l’unico rimasto vivo è proprio il poeta che aveva lanciato l’idea del la morte collettiva: e è l’unico, in tutta la città, che non ha avuto il coraggio di morire, eora tutto solo, si sta preparando un whisky con ghiaccio. La vita è stata più forte di ogni altra cosa.

***

A questo punto un rombo terribile si alza nella città: sono i fascisti che la stanno invadendo.

Si vedono i carri armati spuntare dai Champs Elysees e stringersi intorno al caffè dove sono, vivi, il poeta, Nunzio ed Epifanio, i quali, all’arrivo dei carri armati fingono, naturalmente, d’essere morti, tra gli altri.

Dissolvenza.

***

Siamo nuovamente nella tenda del Capo dei fascisti che, in questo momento, sono vincitori.

Si sta svolgendo una festa cui partecipano generali, diplomatici, gerarchi. tutte le autorità insomma; e tutti in alta uniforme, allegri, trionfanti, con accanto le loro signore elegantissime, ridenti e crudeli. Ci sono naturalmente anche i politici: ed è stato invitato anche il poeta, quale ospite d’onore. Il grande poeta di fama internazionale che, per di più, è ora in un certo senso, passato dalla loro parte, tradendo la sua città. Egli è seduto proprio di fronte al Capo dei fascisti.

E si giunge, tra liete conversazioni, al brindisi.

Il Capo, che si picca di essere un intellettuale, chiede a questo punto al poeta di recitare una poesia d’occasione. Dopo un attimo di strana ed enigmatica concentrazione, ecco che, remissivo, il poeta inizia a recitare una poesia di O. Mandel’stam, che finisce esattamente con ti versi: bevo, ma non ho ancora deciso quale dei due vini devo scegliere se l’allegro Asti spumante o lo Chateauneuf du Papeo. (Naturalmente tutta la festa, fino alla recita finale del poeta, è vista anche da Ninetto ed Eduardo, che, promossi per l’occasione da sguatteri a camerieri, servono a tavola i fascisti).

Appena è terminato l’ultimo verso della poesia, il Capo batte le mani e ordina a un cameriere di portare im mediatamente dell’Asti Spumante.

Stappata solennemente la bottiglia, il poeta viene servito, e i due, il Capo fascista e il poeta, brindano alzando il bicchiere, e sorseggiano il vino. Ed ecco l’imprevedibile. Il poeta bevuto il primo sorso, esclama, senza esitazione: Ma questo non è Asti, è Chateauneuf du Pape!

Il Capo fascista, con ancor meno esitazione, sostiene subito che si tratta proprio d’Asti Spumante. Il poeta ri badisce la sua convinzione, dando cosi inizio ad un osti. nato alterco in cui nessuno dei due vuole rinunciare a nessun costo alla propria convinzione.

La cosa giunge fino a un punto di tensione evidentemente sproporzionato all’argomento (sotto cova, infatti tutto il resto): tanto che alla fine il Capo dei fascisti, gettata la maschera, con la sua sadica prepotenza, ordina urlando al poeta: O tu ammetti che si tratta di Asti Spumante come dico io, o ti faccio fucilare!

Ma il poeta si rifiuta di obbedire, ribadendo che si tratta di Chateauneuf du Pape, e basta.

Di conseguenza egli viene su due piedi condannato alla fucilazione.

È trascinato fuori, dai miliziani, sullo spiazzo centrale del campo: e la festa si trasforma cosi in una cerimonia funebre.

Le signore, gli ufficiali e i politici escono sullo spiazzo, mentre si sta preparando il plotone d’esecuzione (sempre «come visto dagli occhi di Ninetto e Eduardo).

Il poeta viene spinto contro un muro e fucilato, su due piedi, ma prima di morire egli grida, alzando il pugno chiuso: «Viva la rivoluzione!

A questo punto Eduardo alza al cielo lo sguardo e rivede la Stella che, nel blu della notte, riprende a muoversi: verso Oriente.

UR

Il finale è un «adagio» che si articola in tre fasi, sempre più leggere, sempre più fantomatiche, sempre più deliranti. Cambia di conseguenza anche il ritmo del racconto, tanto più comico quanto più misterioso e surreale. Viene previsto un commento musicale continuo (mentre prima la musica era sempre «vera») ecc.

I

I nostri due viaggiatori son ora in un Jumbo, che vola verso il purpureo Oriente. Il Jumbo è gremito di facce buffe e indecifrabili, pieno di panini e pedalini.

Epifanio e Nunzio sono seduti tra due vietnamiti e una fila di indiani, stretti stretti. Epifanio si tiene al petto come una creatura il suo eterno fagotto misterioso, da cui penzola il bigliettino del ebagaglio a mano», destinazione Ur. E gli occhi di Nunzio, forse per la curiosità su scitata da quel bigliettino, per la prima volta si fissano a lungo, intenti, sul pacco gelosamente abbracciato da Epifanio. Ed ecco che quegli occhi gli occhi di Epifanio son chiusi in un sonno malandato) hanno un guizzo ironia? pietà? partito preso? preciso calcolo? a cui segue scattante la domanda carica di una curiosità accumulata durante tutto il lungo viaggio «A Sor Epifa’, ma che ce tenete dentro a quel pacco?». Epifanio sussulta, e apre gli occhi. Dire a uno a uno tutti i sentimenti che passano come un turbine in quelle pupille, sarebbe impossibile. Benche fulminei ci mettono un mezzo minuto buono ad esaurirsi. Finche il sentimento che alla fine resta fisso è una pacioccona bono mia, una lieta concessione a qualcosa che ci si può finalmente concedere: ed Epifanio mormora misterioso: «’U dono a u Bambino».

Il Jumbo sta atterrando su una grande città, informe tra bracci di mare fumigante, e montagne nere a pan di zucchero. Nell’aereoporto, pieno di gente misteriosa che corre da tutte le parti, bisogna far presto, per pren dere la coincidenza col DC8 che, fermo all’altro capo della pista, là che aspetta. Tenendosi stretto il suo pac co, Epifanio è tuttavia molto preoccupato per le altre valigie. Eccole la che compaiono un istante uscendo dal la pancia del Jumbo eccole là che compaiono ancora un istante nella distesa di asfalto per poi scomparire dentro i misteriosi meandri dell’aereostazione: eccole là ancora che ricompaiono su un carrello velocissimo, attraverso uno stanzone pieno di suore con un bambino negro e due sikh grassi e neri che sembra ballino un tango: ecco le ancora riaffiorare, tra cnormi pacchi di colli, per essere subito ingoiate in un nero corridoio… Ei nostri due viaggiatori, di corsa, dietro… Finche la corsa diviene un vero e proprio eraid», per raggiungere il DO8 coi motori accesi sotto il sole ardente: è una gara di velocità, vinta da un giapponese. I nostri due arrivano ultimi, Epifanio boccheggiante, sostenuto, col suo pacco, da Nunzio Appena saliti in cima alla scaletta, l’aereo parte, seguen do la Cometa. Da un oblò Epifanio fa appena in tempo a vedere le due valige caricate sul dorso di un asinello che, guidato da un vecchio arabo, se ne va ciondolando per un sentiero lungo la pista. Epifanio si stringe più forte al petto il suo Dono.

Ora è la volta di una cittadina bianca sulle rive di un lago salato tutto secco e bianco. Dentro la sala d’attesa quasi deserta dell’aereoporto. davanti a cui c’è un solo aereoplano, un vecchio Dakota. Epifanio e Nunzio stanno dormendo distesi sulle dure panche. E tanio tiene selvaggiamente stretto a se il suo pacco: addirittura lo ha addentato e lo stringe nella bocca come in una morsa. Cosa che non gli impedisce di ronfare.

Ecco che entrano due giovani arabi in blue-jeans e con atavica abilità, cominciano a spogliare i due addormentati: a spogliarli, intendiamo dire, letteralmente.

All’ora in cui, con un boato dell’altoparlante, viene annunciata la partenza del Dakota, infatti, i nostri due viaggiatori sono in mutande. Ma il pacco, Epifanio se lo tiene stretto ancora con le unghie e coi denti.

Svegliati di colpo dall’annunzio esotico della partenza, i due corrono in mutande privi come sono di qualsiasi alternativa verso il Dakota, e vi salgono. Del resto anche gli altri passeggeri eccettuate le donne che sono tutte coperte di veli non hanno altro abbigliamento che un asciugamano che gli fascia i fianchi e un fazzoletto bianco e rosso in testa.

Il luogo dove atterra il Dakota sembra in modo im pressionante la fine del mondo. È una semplice pista, in mezzo a un deserto, con un po’ di palme spelacchiate in fondo e una baracca di legno. Il bigliettaio è seduto su una cassetta di coca-cola, e intorno ci sono cinque o sei soldati, tutti sui tredici quattordici anni, con un basco unto e grandi scarpe alla Charlot

In più, c’è una vecchia Land Rover scassata, con una pomposa scritta vermiglia che annuncia «Hotel Continental». Accanto sta l’autista, nero e sudato: e anche sul suo berrettino rosso c’è scritto «Hotel Continental Epifanio e Nunzio sono gli unici due passeggeri che scendono in mutande e col loro «bagaglio a mano» quel capolinea. L’autista dell’«Hotel Continental si av vicina loro offrendo i propri servigi. Ebbene, c’è da non crederlo, è un napoletano!!

A quaranta gradi all’ombra, avviene la nuova agnizione, e, benche allo stremo delle forze, Epifanio ha ancora l’energia di eseguirne l’intero cerimoniale. Poi, protetti dal nuovo amico, i due pellegrini montano sulla Land Rover e vanno verso il nulla infuocato.

Ci vogliono un giorno e una notte per arrivare a Ur, a questo famoso «Hotel Continental»: e, come scende la sera e fa buio, i tre si dispongono a dormire, sotto una palma, in bivacco. Fanno in tempo a mangiare una pizza e canticchiare un po’ O sole mio, che cadono addormentati di colpo: Epifanio col suo pacco stretto tra le braccia.

Ma il nuovo napoletano non dorme: ha un occhio aperto. Come, con quell’occhio, vede Epifanio perduto in un sonno duro come la morte, piano piano si muove, con abilità che nemmeno i due consumati predoni arabi hanno dimostrato di possedere, libera Epifanio dal suo fardello, e, con gli occhi come carboni ardenti di speran za, balza sulla Land Rover: in misterioso silenzio la met te in moto, e compare tra le dune appena illuminate da una sottile falce di luna.

Ben presto è lontano, irraggiungibile, in un posto fuori dal mondo, dove si sentono solo urlare le jene.

Impazzito dall’impazienza, comincia febbrilmente a disfare il pacco della refurtiva: pacco confezionato alla perfezione, quasi corazzato. Piano piano riesce ad lo. e, ai suoi occhi esterrefatti, tutto d’oro con la sua grotticella, i suoi pastori, la sua mangiatoia, la sua vacca, il suo asino, il suo san Giuseppe, la sua Madonna, il suo Bambino compare un presepio: preziosa opera che si direbbe di un Bambocciante del Seicento, ma a quanto pare assai modernamente attrezzata. Infatti, davanti c’è una manovella, girata la quale tutto si anima, suon di musica. La musica è per la precisione una tarantella, e i pastori la ballano in mezzo al prato d’oro con le pecorel le d’oro, che ticchete tacchete, brucano l’erba d’oro.

E inquadrato solo il Presepio: che è dunque grande come lo schermo, e la Scena pare vera. a grandezza naturale.

Al suono della tarantella. il Bambino apre e chiude zac zac le braccine. e la Madonna va su e giil con la te. sta, mentre san Giuseppe, due piallate, c un sorriso, due piallate e un sorriso. Poi la tarantella d SSolve, e viene sostituita dalle note di una musica sacra. sublime. Da dietro un monticello (d’oro) compaiono i Re Magi coi loro doni, e umili e solenni avanzano verso il Bambino e si inginocchiano davanti a Lui rendendogli omaggio.

II

Epifanio si sveglia. sotto la palma, e si rende conto che il suo pacco è sparito. Nunzio è già sveglio. ed è li che lo guarda come a godersi pensoso lo spettacolo. Certamente Epifanio è li li per morire dal dolore. Ma non dice niente. abbassa la testa. senza muovere un mu. scolo. Poi si tira su in piedi e fa: Andiamo Infatti si vede Ur. in fondo all’orizzonte tra aridi montarozzi biancastri.

Non ha voluto dar soddisfazione a Nunzio ne al desti. no: e cammina in mutande c a mani vuote verso Ur. Per. che è la che la Cometa si e fermata.

Ma dopo un po’, però, non resiste al suo stoicismo. e scoppia in un pianto disperato di bambino. Nunzio lo guarda misteriosamente. di sottecchi.

Sono ora a Ur. e chiedono alla gente informazioni di una grotta cosi e cosi, dove deve essere nato un Messia cosi e cosi… (Epifanio fa anche dei disegnini sulla polve re una faccia con la barba e l’aureola per farsi capi re). Gli arabi. ai tavolini dei loro caffe o davanti alle loro zozze bancarelle, danno indicazioni assai vaghe. Final mente, più morti che vivi per la stanchezza. i due giungono dall’altra parte della città. più o meno dove si tro vano gli immondezzai. Qui la alta nel ciclo. ha come un guizzo. scende giù, e va a splendere. rifulgente come non mai. addirittura accecante. sopra una piccola spelonca polverosa.

E verso là, dunque, che Epifanio muove i suoi passi piangente e ridente. Nun aggio niente a regala a u Messia dice disperato, nella felicità di aver raggiunto la meta.

E Nunzio lo consola: «E che cazzo ve frega!

Giungono infine davanti alla grotta. Niente e nessu no. Polvere, sassi, le tracce di un fuoco di beduini, qual che cagata secca. Ecco tutto quello che c’è, illuminato dalla luce violentissima della Cometa.

Epifanio cade boccheggiante a terra, come colpito da un fulmine.

Ma ecco che si sente una vocetta strillare gioiosamente.

È un ragazzino arabo che viene su di corsa per il sen. tiero sassoso. c ben presto arriva, tutto sudato. Ha un pacchetto pieno di roba: cianfrusaglie, medagliette, s remirs. «M e lire» dice in un buffo italiano «medalietta di Messia!» Epifanio disperatamente lo interroga. Erie. ce ad appurare dall’arabetto che si. il Messia è nato. ma passato tanto tempo. è anche morto e dimenticato. Il viaggio di Epifanio è stato troppo lungo. egli ha perso troppo tempo con tutte le cose che gli sono capitate: ed arrivato tardi, irrimediabilmente tardi.

Disperato. Epifanio tira un ultimo sospiro. e muore.

Ma qui si ha un colpo di scena.

Ecco che dal corpo di Nunzio si stacca la figura altro Nunzio: un Angelo. un vero e proprio Angelo del Signore. Raggiante. egli si avvicina al cadavere di Epifa nio. e lo prende per mano. Anche dalla figura morta di Epifanio si stacca la figura di un altro Epifanio. la sua Anima. E elegantissimo. tutto in bianco. con la paglietta. la bagolina e il fiore all’occhiello.

Nunzio gli fa l’occhietto e tenendolo sempre per mano, gli fa: «Namo, omo de bona volontà!» e, cantando e ballando, lo guida su, per la strada dei Cieli.

III

I due, sempre più felici, salgono di buona lena su su, per gli spazi cosmici (gli stessi in cui era cominciato il nostro poema).

Dissolvenza.

I due continuano a salire, a salire; ma si sono un po’ stancati, e Epifanio si solleva un po’ sulla fronte la paglietta, e, col fazzoletto di seta, si asciuga il sudore.

Dissolvenza.

I due salgono ancora, ma il loro passo è decisamente stanco, incerto, e i loro visi cominciano a mostrare visibilmente un certo fatale scoraggiamento.

Nunzio si guarda inquietamente intorno, nelle altezze vertiginose del cosmo, come cercando di orizzontarsi.

«Eppure stava qua», fa.

«Che? “U Paradiso?», chiede Epifanio: ma ha già capito tutto.

Dissolvenza

I due salgono salgono, su per i Cieli: ma niente, intorno solo silenzio e vuoto. Ai loro piedi, laggiù, c’è la Terra, che gira, una palla colorata, infinitamente lontana.

Stremato, Epifanio, esclama: gliela faccio più! «Non e si mette a sedere, levandosi le scarpe e stringendosi i piedi martoriati. Nunzio, confuso, costernato, si siede accanto a lui.

Epifanio si mette una mano a imbuto all’orecchia e si concentra ad ascoltare. Dal mappamondo, laggiù, viene un confuso brusio di voci, grida, canti. Epifanio ascolta, poi fa un sospiro, si alza, e pudicamente voltando le spalle, si mette a pisciare. Si sente lo scroscio della pisciata negli spazi. Pisciando faticosamente e poi abbot tonandosi pazientemente la patta, Epifanio commenta dolorosamente, ma col distacco della filosofia, il suo grande viaggio, a fior di voce, come parlasse a se stesso o al nulla: è stata una illusione quella che l’ha guidato attraverso il mondo ma è stata quell’illusione che, del mondo, gli ha fatto conoscere la realtà…

Risedendosi sospiroso accanto a Nunzio, guarda la Terra con simpatia. Da laggiù arrivano -confusi tra le vocieirumori della vita quotidiana canti di povera gente, sciocchi canti di moda, e, infine, canti rivoluzionari.

“Eppure…” mormora Epifanio «come tutte le Comete, anche la Cometa che ho seguito io è stata una stronzata. Ma senza quella stronzata, Terra, non ti avrei conosciuto…», e si asciuga gli occhi inumiditi da certe misteriose lacrime di gratitudine… I canti -i canti rivo. luzionari laggiù si fanno sempre più nitidi. Epifanio si riscuote un po’ dalla sua commozione, e facendo un vivace gesto interrogativo alla napoletana, fa:

«Maaaaaa… e mo?».

Nunzio si è, chissà perche, un po’ racconsolat «Embè, sor Epifa risponde. «Nun esiste la fine. Aspettamo. Qualche cosa succederà».

(1967-1975)

1Frase in napoletano da inventare (cfr. magari ll mare mon huena Napoli di A M. Ortese).

2Vedi nota precedente.

3Forse Eduardo fa questa seconda sortita con Ninetto, perche i suoi libri gli avevano detto che egli avrebbe dovuto chiamare la Cometa con la prima parola che fosse venuta in mente a un napoletano con una verruca sul naso. E questo napoletano finalmente trovato pronuncia come prima parola Zoccola, oppure «Pur chiacchia», ecc.

4Da inventare Cfr, lettera a Eduardo.

5Qui altra piccola gag: tutte le cartoline sono fotografie colorate, con cuori, fiori e colombe, rappresentanti coppie di uomini e di donne.

6Via del Governo Vecchio, per esempio.

7La circostanza è da stabilire

8Uno degli «urli della festa, sul modello di «Hip, hip, hip, ur rah!» è, per gli uomini Fica, fica, fica, vaffanculo! e, per le donne, «Cazzo, cazzo, cazzo, vaffanculo!

9L’ideologia di Sodoma è tratta in gran parte da Corpo d’amore d Norman Brown.

10Aldo Fabrizi?

11Che, è ora di dirlo, si chiamano nel nostro poema. rispettivamente, Epifanio e Nunzio.

12Chiamiamolo Gennaro

13È chiara l’analogia con la scoperta di Sodoma, dal tram.

14Come analogamente a Sodoma

15Confrontare il mio libro Scritti corsari.

16Anche qui notare la scoperta analogia con quanto è accaduto ai due nostri Picari a Sodoma.

17La modalità è da inventare.

18Va detto che tutte le reazioni di Eduardo e Ninetto -qui appena accennate costituiscono un lungo corpo di gags comiche: la spina dorsale del film.

19La violenza neocapitalistica, che rende i giovani o estremisti o criminali.

20Appunto come durante la peste manzoniana.

21Ricordarsi che si tratta di un Kolossal.

22In questo consiste la «continuità del personaggio di Eduardo in tutto il film.

23La realizzazione del socialismo è l’Utopia simboleggiata in Numanzia.